SENATO: CONFERENZA SU “L’URGENZA DELLA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA”

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Foto dei relatori

Presso la Sala Caduti di Nassirya si è svolta la conferenza intitolata “L’urgenza della riforma della Giustizia”

Roma – Presso la Sala Caduti di Nassirya del Senato della Repubblica si è tenuta la conferenza dal titolo “L’urgenza della riforma della Giustizia”, un incontro volto a stimolare il dibattito pubblico e istituzionale sulla necessità di un intervento organico e tempestivo in materia di giustizia.

Su iniziativa del Sen. Marco Silvestroni, l’Avv. Fabrizio Valerio Bonanni Saraceno ha moderato l’incontro, organizzato insieme all’associazione Tradizione e Innovazione Forense, presieduta dall’Avv. Gaetano Parrello.

Durante la conferenza sono intervenuti i , rappresentanti del mondo dell’Avvocatura, i quali hanno sottolineato, da diverse prospettive, le criticità strutturali del sistema giudiziario italiano, i ritardi nei procedimenti civili e penali, e le ricadute che questi hanno sull’effettività del diritto e sulla fiducia dei cittadini nelle istituzioni.

Nel corso della conferenza si è discusso anche dell’impatto delle riforme recenti (come la riforma Cartabia) e del Dl Sicurezza delle problematiche ancora aperte e delle proposte legislative attualmente in discussione. Particolare attenzione è stata rivolta al tema dell’efficienza processuale, della separazione delle carriere, della piattaforma unica del deposito telematico degli atti del processo. e del fatiscente sistema giudiziario..

La conferenza ha rappresentato un importante momento di confronto tra esperienze diverse, con l’obiettivo di contribuire alla costruzione di un sistema giudiziario più giusto, celere e trasparente, in grado di rispondere concretamente alle esigenze di cittadini.

  • Video integrale della Conferenza:

https://www.radioradicale.it/scheda/761887/lurgenza-della-riforma-della-giustizia

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Per ulteriori approfondimenti su questo tema o sulle relative implicazioni pratiche potete contattare:

STUDIO LEGALE BONANNI SARACENO
Avv. Fabrizio Valerio Bonanni Saraceno
Piazza Giuseppe Mazzini, 27 – 00195 – Roma

Tel+39 0673000227

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PENALE: TRIBUNALE DI SORVEGLIANZA NEL CAOS, L’APPELLO DEL COA DI ROMA AL MINISTRO NORDIO

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A Roma, il Tribunale di Sorveglianza sta vivendo una crisi senza precedenti. A denunciarlo è il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Roma, che rilancia con forza l’allarme già espresso dalla Presidente dell’ufficio, Marina Finiti. Il problema? Una gravissima carenza di personale, che rischia di bloccare del tutto l’attività giudiziaria legata alle misure alternative alla detenzione.

Secondo i dati ufficiali, all’interno del Tribunale mancano ben 22 unità amministrative sulle 77 previste dalla pianta organica. Una situazione che ha del paradossale: sono rimasti in servizio soltanto 2 cancellieri su 14 e 3 direttori amministrativi su 6. Numeri che raccontano da soli l’enorme difficoltà in cui si trovano a operare magistrati, avvocati e personale giudiziario.

Il Presidente del COA di Roma: “Situazione drammatica e ingiusta”

A farsi portavoce della preoccupazione del mondo forense è il Presidente del COA di Roma, Paolo Nesta, che ha deciso di scrivere direttamente al Ministro della Giustizia, Carlo Nordio, per chiedere un intervento urgente.

“La situazione è drammatica – ha dichiarato Nesta –. Parliamo di un ufficio giudiziario che ha un ruolo fondamentale: è infatti competente su tutte le decisioni che riguardano la libertà personale dei detenuti. Purtroppo ci arrivano, soprattutto tramite i consiglieri Lepri e Comi, sempre più segnalazioni di casi in cui le persone restano in carcere anche quando avrebbero diritto a misure alternative, semplicemente perché manca il personale che possa lavorare i loro fascicoli”.

Diritti dei detenuti a rischio e carceri sempre più piene

La carenza di personale al Tribunale di Sorveglianza non è solo un problema organizzativo: si traduce in una grave violazione dei diritti delle persone detenute, in particolare di chi potrebbe accedere a forme di pena diverse dal carcere. E tutto ciò accade mentre continua a crescere l’allarme per il sovraffollamento carcerario, un fenomeno che mina la dignità e l’efficacia del sistema penitenziario italiano.

“È una condizione gravissima – ha aggiunto Nesta – che non può essere accettata in un Paese che vuole definirsi uno Stato di diritto. Per questo ho scritto al Ministro, chiedendo, insieme alla Presidente Finiti, che vengano prese tutte le misure necessarie per risolvere al più presto questa situazione intollerabile”.


Un’urgenza che riguarda tutti

La vicenda del Tribunale di Sorveglianza di Roma è solo uno dei tanti segnali di un sistema giustizia che, in Italia, fatica a garantire tempi e condizioni adeguate. Ma qui il problema è ancora più delicato: riguarda la libertà personale, i diritti dei detenuti e la credibilità delle istituzioni.

È urgente intervenire. E, soprattutto, non voltarsi dall’altra parte.

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CARCERI: MAGISTRATI, ACCADEMICI E AVVOCATI PENALISTI DENUNCIANO IL DISUMANO SOVRAFFOLLAMENTO

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Sovraffollamento carceri: oltre 11mila detenuti in più. Appello congiunto di magistrati, accademici e avvocati penalisti

Preoccupazione crescente per la condizione delle carceri italiane. Gatta, Parodi e Petrelli: “Diritti violati, agire subito. La politica ascolti chi lavora sul campo”.

Il sovraffollamento delle carceri italiane ha raggiunto livelli intollerabili e strutturalmente insostenibili. A lanciare l’allarme, con un appello pubblico diffuso nei giorni scorsi, sono tre voci autorevoli del mondo giuridico: Gian Luigi Gatta, presidente dell’Associazione italiana dei professori di diritto penale, Cesare Parodi, presidente dell’Associazione nazionale magistrati (ANM), e Francesco Petrelli, presidente dell’Unione delle Camere Penali Italiane (UCPI).

Secondo i dati aggiornati al 30 aprile 2025, i detenuti presenti negli istituti penitenziari italiani erano 62.445, a fronte di una capienza regolamentare di 51.292 posti. Ciò significa che oltre 11.000 persone vivono in condizioni che violano i più basilari standard internazionali di tutela dei diritti umani.

Carcere sovraffollato: un fenomeno aggravato da politiche emergenziali e repressione penale

Nel loro appello, i tre firmatari evidenziano come, dopo le misure emergenziali adottate durante la pandemia, il numero dei detenuti sia aumentato sensibilmente. Nel 2020, infatti, erano 53.363: circa 9.000 in meno rispetto a oggi. A contribuire alla crescita sono stati provvedimenti legislativi recenti, come il Decreto Sicurezza e il Decreto Caivano, che hanno introdotto nuovi reati, ampliato le ipotesi di custodia cautelare (anche per fatti di lieve entità) e posto limiti all’accesso a misure alternative, anche per i minorenni.

In particolare, si sottolinea come il numero dei minori detenuti negli Istituti Penali per Minorenni (IPM) sia aumentato del 56%: erano 385 nel maggio 2023, sono diventati 600 nel 2025, mettendo in crisi l’intera giustizia minorile.

Un carcere che non rieduca: aumentano suicidi e disagio psichico

Le conseguenze del sovraffollamento non sono solo quantitative, ma toccano il cuore della funzione costituzionale della pena. Le condizioni inumane compromettono i percorsi di rieducazione, aumentano il disagio, rendono inefficace l’assistenza sanitaria e psicologica e complicano il lavoro degli educatori. A testimoniarlo è anche il numero record di suicidi in carcere registrato nel 2024: 91 in un anno. Nei primi mesi del 2025, i suicidi sono già 34, con l’estate – tradizionalmente il periodo più critico – ormai alle porte.

L’Italia sotto osservazione internazionale: “carceri inadeguate”

I promotori dell’appello ricordano che l’Italia è già stata richiamata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo e da organismi sovranazionali. L’episodio più recente e clamoroso è il rifiuto, da parte dell’Olanda, di estradare un sospettato di omicidio verso l’Italia proprio a causa delle condizioni dei nostri istituti penitenziari: sovraffollamento, assenza di tutele sanitarie e rischio suicidi.

Le proposte: meno custodia cautelare, più misure alternative e personale specializzato

“La soluzione al sovraffollamento non può consistere solo nella costruzione di nuove carceri”, spiegano Gatta, Parodi e Petrelli. Solo nel 2024, i detenuti sono aumentati di oltre 1.200 unità: per non aggravare la situazione, servirebbero quattro nuovi penitenziari l’anno, con costi ingenti e risultati incerti. Le risorse – sostengono i firmatari – andrebbero invece investite in ammodernamento delle strutture esistenti; assunzione di educatori, medici, psicologi, mediatori culturali, assistenti sociali; incremento del personale giudiziario, in particolare dei magistrati di sorveglianza (oggi poco più di 200); finanziamento dell’assistenza legale per i non abbienti; potenziamento delle misure alternative alla detenzione, anche per i circa 8.000 detenuti con pena residua inferiore a un anno.

Un appello alla politica: “la volontà può essere trasversale”

Il messaggio finale dei giuristi è chiaro: le soluzioni tecniche esistono, ma serve una volontà politica concreta. “La storia del nostro Paese dimostra che di fronte a emergenze come questa, la politica può agire in modo trasversale, ascoltando chi lavora quotidianamente nel sistema penale: magistrati, avvocati, studiosi”.

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DLGS. 231/2001: IL PERICULUM IN MORA COME MOTIVAZIONE DEL SEQUESTRO PREVENTIVO

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Ex articolo 53 del Dlgs 231/2001

Sequestro preventivo e responsabilità degli enti: la Cassazione ribadisce l’obbligo di motivazione sul periculum in mora

Nel contesto della responsabilità degli enti ai sensi del Dlgs 231/2001, il sequestro preventivo disposto in vista della confisca del profitto del reato deve essere sempre sorretto da un’adeguata motivazione, soprattutto con riferimento al periculum in mora. Lo ha chiarito la Corte di cassazione, terza sezione penale, con la recente sentenza n. 20078/2025, che assume rilievo centrale in tema di misure cautelari patrimoniali nei confronti delle persone giuridiche.

Confisca obbligatoria e misura anticipatoria: non basta l’incapienza patrimoniale

Il caso esaminato dalla Suprema Corte riguardava un ente imputato per aver ottenuto un vantaggio illecito mediante l’importazione di merci in evasione dei dazi doganali e dell’IVA, condotta dalla quale era derivata una responsabilità amministrativa ex articolo 53 del Dlgs 231/2001, norma che prevede l’obbligatorietà della confisca, anche per equivalente, del prezzo o profitto del reato.

A fronte di tale ipotesi, il giudice di merito aveva disposto un sequestro preventivo impeditivo di larga parte del patrimonio dell’ente, giustificandolo unicamente con la sussistenza di uno stato di incapienza patrimoniale della società. Tuttavia, la Cassazione ha accolto il ricorso proposto dalla difesa dell’ente, evidenziando come una simile motivazione sia del tutto insufficiente e inidonea a sorreggere la misura cautelare.

Il principio affermato: nessun automatismo nella misura cautelare

Secondo la Corte, il solo stato di momentanea insufficienza patrimoniale non può essere assunto quale presupposto automatico per giustificare l’adozione di un sequestro preventivo, anche quando esso sia anticipatorio di una confisca obbligatoria. In particolare, è stato ribadito che l’incapienza patrimoniale non costituisce di per sé un indice di concreto pericolo di dispersione dei beni.

Il provvedimento cautelare è stato quindi annullato con rinvio, affinché il giudice completi la motivazione, fornendo una puntuale esposizione del periculum in mora, ovvero del rischio effettivo e attuale che i beni possano essere dispersi, frustrando così la futura esecuzione della confisca.

Il rispetto del principio di proporzionalità

Un passaggio centrale della decisione si fonda sulla necessità di bilanciare la misura ablativa con i diritti costituzionalmente garantiti dell’ente, come il diritto di proprietà e la libertà di iniziativa economica. Laddove il sequestro colpisca una parte ingente del patrimonio aziendale, fino al punto da determinare una paralisi dell’attività economica, il giudice ha l’obbligo di motivare in modo rafforzato, dimostrando la proporzionalità e la stretta necessità della misura.

In assenza di tale motivazione, la misura cautelare può risultare illegittima, poiché compromette diritti fondamentali senza un’adeguata giustificazione.

Sequestro preventivo vs sequestro conservativo: differenze nei presupposti

La Corte ha inoltre chiarito che l’incapienza patrimoniale può costituire valido presupposto solo nel contesto del sequestro conservativo, che ha la funzione di garantire l’adempimento delle obbligazioni pecuniarie. Diversamente, nel sequestro preventivo finalizzato alla confisca, è sempre richiesto un accertamento concreto sul pericolo attuale di dispersione del patrimonio, anche se la confisca sia, per legge, obbligatoria.

Conclusioni

La sentenza n. 20078/2025 rafforza l’orientamento secondo cui nessuna deroga all’obbligo di motivazione in tema di periculum in mora è ammissibile nel sequestro preventivo imposto agli enti ex Dlgs 231/2001, nemmeno quando la confisca sia imposta dalla legge. La misura cautelare deve sempre rispettare il principio di proporzionalità, assicurando un giusto equilibrio tra l’interesse dello Stato alla repressione dei reati e la tutela dei diritti dell’impresa coinvolta.

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Corte di cassazione, terza sezione penale, sentenza n. 20078/2025 integrale, in formato Pdf:

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LAVORO: LA MAGGIORAZIONE DELL’INDENNITÀ RISARCITORIA SI APPLICA SOLO A SECONDA DEL NUMERO DI DIPENDENTI DELL’IMPRESA

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Cassazione Sez. Lavoro, Ordinanza n. 1374/2024

Nel contesto del licenziamento illegittimo, la maggiorazione dell’indennità risarcitoria può essere applicata solo se il datore di lavoro occupa complessivamente più di 15 e fino a 60 dipendenti.

Lo ha ribadito la Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 13741/2024, precisando che questa soglia occupazionale rappresenta un requisito fondamentale per l’applicazione del trattamento più favorevole al lavoratore licenziato.

Licenziamento: quando si applica la maggiorazione dell’indennità risarcitoria – Cassazione n. 13741/2024

La pronuncia chiarisce un punto rilevante in materia di tutela contro il licenziamento: l’estensione della protezione economica non è automatica, ma collegata alla dimensione dell’impresa, conformemente a quanto previsto dalla normativa vigente.

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Cassazione Sez. Lavoro, Ordinanza n. 1374/2024 integrale, in formato Pdf:

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MOBBING: RAPPORTO DI RESPONSABILITA’ TRA DIRIGENTE E ENTE DI APPARTENENZA

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Mobbing sul lavoro: responsabilità esclusiva del dirigente o anche dell’ente?

Nel caso di condotte persecutorie o vessatorie subite da un lavoratore, ci si interroga se la responsabilità possa essere autonoma ed esclusiva del dirigente oppure se coinvolga anche l’ente datore di lavoro. La questione giuridica riguarda inoltre la natura della responsabilità: si tratta di responsabilità extracontrattuale ai sensi dell’art. 2043 c.c., oppure contrattuale ex art. 2087 c.c., cioè interna al rapporto di lavoro?


Il caso giudiziario: dirigente condannato per condotte vessatorie

Il Tribunale di Lamezia Terme ha condannato un dirigente medico, direttore di un Centro di Salute Mentale in Calabria, al risarcimento del danno nei confronti di un collega. Quest’ultimo era stato esautorato dalle sue mansioni tipiche di psichiatra, subendo comportamenti qualificati come mobbing.

Nella sentenza di primo grado è stata esclusa ogni responsabilità dell’Azienda Sanitaria Provinciale (ASP), poiché considerata diligente nella vigilanza e negli interventi adottati. La Corte d’Appello ha confermato tale decisione, evidenziando che la dirigente aveva deliberatamente disatteso le indicazioni dell’ASP, agendo con atteggiamento definito di “prevaricazione”.


Ricorso in Cassazione e rinvio a pubblica udienza

Nel ricorso per Cassazione, la dirigente ha sostenuto che i provvedimenti presi erano in conformità alla legge e al contratto collettivo nazionale, agendo non iure proprio, ma come responsabile dell’UOC di Salute Mentale. Ha quindi affermato che, essendo stata l’ASP ritenuta non responsabile con sentenza passata in giudicato, non avrebbe dovuto esserlo neanche lei come persona fisica.

Inoltre, la ricorrente ha contestato l’applicazione di principi relativi alla responsabilità contrattuale del datore di lavoro, non ritenendoli applicabili a una presunta responsabilità extracontrattuale a suo carico.


Decisione della Cassazione: udienza pubblica per chiarire il quadro giuridico

La Sezione Lavoro della Corte di Cassazione, con ordinanza interlocutoria n. 13649 del 2025, ha rimesso la causa alla pubblica udienza. L’obiettivo è discutere nel contraddittorio delle parti e con l’intervento del Procuratore Generale una questione che tocca temi fondamentali in materia di responsabilità del dirigente per atti vessatori, in particolare:

  • la separazione tra responsabilità individuale del dirigente e responsabilità dell’ente;
  • la qualificazione della responsabilità come contrattuale o extracontrattuale.

Conclusioni

Il caso rappresenta un precedente rilevante per il diritto del lavoro italiano, in particolare per la responsabilità civile in caso di mobbing e condotte lesive sul posto di lavoro. La prossima udienza in Cassazione potrà fornire importanti chiarimenti giurisprudenziali su quando un dirigente possa essere ritenuto esclusivamente responsabile per condotte illecite nei confronti di un lavoratore subordinato.

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ISTRUZIONI D’USO DELL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE PER I PROFESSIONISTI

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Foto di SOCIETAS
VIDEO INTEGRALE: ospite della puntata l’Avv. Francesca Toppetti

Il valore aggiunto dell’umano nell’era dell’intelligenza artificiale

Nel contesto attuale, profondamente influenzato dall’evoluzione dell’intelligenza artificiale (AI), il valore del professionista non risiede più soltanto nell’accesso all’informazione o nella gestione dei dati. Il vero vantaggio competitivo si sposta verso quelle competenze umane che le macchine non possono replicare.

Le competenze umane che faranno la differenza nell’era dell’AI

Ecco le qualità che assumeranno un ruolo centrale nel futuro delle professioni intellettuali:

Intelligenza emotiva La capacità di ascoltare, comprendere le esigenze non espresse, rassicurare e costruire relazioni di fiducia con clienti, colleghi e stakeholder. Pensiero critico L’abilità di interpretare e valutare in modo autonomo le informazioni fornite dall’AI, applicandole con discernimento a contesti specifici e complessi. Creatività strategica L’attitudine a generare soluzioni innovative, andando oltre l’applicazione meccanica di modelli e schemi predefiniti. Giudizio etico La sensibilità nei confronti delle implicazioni etiche delle decisioni professionali, un elemento imprescindibile che resta saldamente umano.

Intelligenza artificiale e professioni: come integrare l’innovazione

Per gli studi professionali (legali, medici, tecnici, fiscali), la sfida non è solo adottare nuove tecnologie, ma integrarle in una visione strategica. Una visione che riconosca il valore dell’AI senza rinunciare al ruolo centrale delle competenze umane.

Il futuro delle professioni dipende dall’uso che facciamo della tecnologia

Non sarà l’intelligenza artificiale a decidere il futuro delle professioni, ma come i professionisti sapranno utilizzarla. La tecnologia è uno strumento: ciò che conta è la saggezza con cui viene impiegata. E in questo, l’umano resta insostituibile.

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DANNI DA VACCINAZIONE

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L’accertamento del nesso causale nei danni da vaccinazione obbligatoria

In materia di danni da vaccinazione obbligatoria, uno degli snodi centrali è rappresentato dall’accertamento del nesso causale tra la somministrazione del vaccino e la lesione dell’integrità psico-fisica del soggetto danneggiato. Tale profilo, per sua natura eminentemente tecnico-scientifica, assume rilievo tanto nella prospettiva dell’indennizzo ex lege n. 210/1992 quanto, e soprattutto, nell’ambito dell’azione di responsabilità civile orientata al risarcimento integrale del danno.

1. Il criterio del “più probabile che non”

La giurisprudenza, consolidatasi a partire da Cass. civ., sez. III, 11 gennaio 2008, n. 576, ha chiarito che l’accertamento del nesso causale nel processo civile deve essere condotto secondo il criterio della “ragionevole probabilità scientifica”, ossia con la verifica che l’evento lesivo sia da ritenere più probabile che non conseguenza della condotta oggetto di causa.

Il principio è stato ribadito in ambito vaccinale da Cass. civ., sez. lav., 12 gennaio 2018, n. 581, la quale ha escluso la necessità di una dimostrazione “oltre ogni ragionevole dubbio”, ritenendo sufficiente che il giudice, sulla base delle prove acquisite, possa ragionevolmente concludere che la somministrazione vaccinale sia stata con alta probabilità la causa efficiente del danno.

2. Probabilità quantitativa vs. probabilità logica

Nel contesto specifico della responsabilità per danni da vaccinazione, il giudice non può limitarsi a considerare la frequenza statistica dell’evento dannoso nella popolazione generale (c.d. probabilità quantitativa), ma deve procedere a una valutazione che tenga conto degli elementi concreti del caso.

La probabilità logica, richiamata da Cass. civ., sez. lav., 3 luglio 2019, n. 18358, consiste nella sintesi ragionata tra i dati della scienza medica e gli elementi specifici del caso concreto, quali:

la prossimità temporale tra la somministrazione del vaccino e l’insorgenza del danno; l’assenza di spiegazioni alternative plausibili; l’anamnesi individuale; la coerenza con dati desunti dalla letteratura medico-scientifica accreditata.

In questa prospettiva, la valutazione del giudice civile assume una funzione ricostruttiva, fondata su un giudizio di verosimiglianza razionale più che su un’esatta misurazione probabilistica.

3. Rilevanza dell’art. 2050 c.c.

Nel caso in cui l’azione sia esperita in via risarcitoria, è particolarmente rilevante il ricorso all’art. 2050 c.c., che disciplina la responsabilità da esercizio di attività pericolosa. La somministrazione di vaccini, specialmente se obbligatori, è stata qualificata dalla giurisprudenza come attività pericolosa in ragione dell’impiego di sostanze che, pur essendo nella generalità dei casi sicure, possono provocare in soggetti predisposti reazioni avverse gravi e imprevedibili.

In base a tale norma, l’onere della prova si inverte: spetta al convenuto (Ministero della Salute, ASL, medico somministrante, ecc.) provare di aver adottato tutte le misure idonee a evitare il danno, mentre il danneggiato deve limitarsi a dimostrare il nesso di causalità e l’esistenza del danno.

Anche in tale contesto, il criterio del “più probabile che non” costituisce lo standard valutativo del giudice in ordine alla causalità materiale, ferma restando la specificità del regime probatorio di cui all’art. 2050 c.c.

4. L’importanza della consulenza tecnica

L’accertamento del nesso causale si fonda, nella prassi, sull’espletamento di una consulenza tecnica d’ufficio (CTU), la quale non vincola il giudice, ma fornisce un supporto fondamentale nella ricostruzione eziologica dell’evento.

Il giudice ha il compito di valutare criticamente la perizia, verificandone:

la conformità al sapere scientifico attuale; la logica argomentativa interna; la rispondenza al caso concreto.

Qualora il CTU fornisca un giudizio di causalità espresso nei termini della “plausibilità clinica” o della “compatibilità temporale”, spetta al giudice interpretare e integrare tale valutazione alla luce del criterio del “più probabile che non”.

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PENALE: SOLO LA FINALITÀ ILLECITA DETERMINA LA VIOLAZIONE DEGLI OBBLIGHI DI SORVEGLIANZA

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Tribunale di Nola, Sezione Penale – Sentenza n. 29 del 14 gennaio 2025

Reato di Violazione della Sorveglianza Speciale: Quando Si Configura

La sentenza n. 29/2025 del Tribunale di Nola chiarisce un principio rilevante in tema di misure di prevenzione personali, e in particolare di sorveglianza speciale di pubblica sicurezza. Ai fini della configurabilità del reato di violazione degli obblighi imposti dalla sorveglianza speciale (art. 75 D.lgs. n. 159/2011, Codice Antimafia), è necessario accertare, oltre ogni ragionevole dubbio, che il soggetto abbia violato le prescrizioni imposte con l’intento specifico di eluderle per fini illeciti.

L’Elemento Soggettivo Richiesto per Integrare il Reato

Secondo il Tribunale, non basta la mera inosservanza delle prescrizioni imposte con la sorveglianza speciale: per integrare la fattispecie penale, occorre che la violazione sia avvenuta con la consapevolezza e la volontà di perseguire scopi contrari alla sicurezza pubblica, ossia le finalità che la misura mira a prevenire.

Rilevanza della Prova del Dolo Specifico

L’elemento soggettivo del reato è quindi rappresentato da un dolo specifico, che deve essere provato con rigore. L’imputato deve aver agito con la volontà di sottrarsi ai controlli e di porre in essere condotte che la misura preventiva intende evitare.

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